Tuo figlio ha 25 anni ed è pieno di ansia, ma se fai questo stai peggiorando la situazione senza saperlo

Quando un figlio cresce e diventa un giovane adulto, molti padri si trovano ad affrontare una delle sfide educative più complesse: come offrire sostegno emotivo senza invadere quello spazio di autonomia che i ragazzi reclamano a gran voce. La questione si complica ulteriormente quando il giovane manifesta ansia e frustrazione di fronte alle prime vere difficoltà dell’età adulta, lasciando il genitore con una sensazione di impotenza che può essere tanto dolorosa quanto disorientante.

Il paradosso dell’autonomia emotiva

I giovani adulti attraversano quella che gli psicologi dello sviluppo definiscono emerging adulthood dai 18 ai 29 anni, una fase di transizione tra adolescenza e vita adulta. Durante questo periodo, i ragazzi necessitano simultaneamente di due bisogni apparentemente contraddittori: da un lato cercano indipendenza e autodeterminazione, dall’altro hanno ancora bisogno di una base sicura a cui tornare nei momenti di difficoltà.

Questo paradosso genera spesso confusione nei padri, che oscillano tra l’impulso di intervenire per risolvere il problema e il timore di essere percepiti come intrusivi. La frustrazione nasce proprio da questo: vedere il proprio figlio soffrire e non sapere quale sia il confine giusto tra presenza e distanza.

Perché il ruolo paterno si complica

La figura paterna tradizionalmente è stata associata al ruolo di risolutore di problemi, quello che offre soluzioni pratiche e indicazioni concrete. Tuttavia, quando si tratta di gestire ansia e frustrazione in un giovane adulto, questo approccio può rivelarsi inadeguato o addirittura controproducente. Le ricerche sulla psicologia della genitorialità mostrano come differenti stili genitoriali influenzino profondamente lo sviluppo emotivo e relazionale dei figli, con effetti che si manifestano in ambito cognitivo, emotivo, nella salute mentale e nelle relazioni sociali.

Il problema è che un figlio adulto che vive ansia non cerca necessariamente una soluzione esterna: cerca prima di tutto di essere compreso, validato nella sua esperienza emotiva, e sostenuto nel processo di trovare le proprie risposte. Quando un padre interviene troppo rapidamente con consigli o soluzioni, il messaggio implicito che arriva è: “Non sei capace di farcela da solo”.

L’ascolto attivo come strumento di connessione

La chiave per uscire da questo empasse risiede in una competenza che raramente viene associata alla paternità tradizionale: l’ascolto attivo come strumento di connessione. Non si tratta semplicemente di stare in silenzio mentre l’altro parla, ma di essere presenti con tutta la propria attenzione, sospendendo il giudizio e l’impulso a fornire risposte immediate.

Le ricerche confermano che i genitori capaci di rispondere in modo sintonizzato ai diversi stati emotivi, positivi e negativi, espressi dal proprio figlio favoriscono uno sviluppo emotivo più sano. Questa modalità comunicativa trasmette un messaggio potente: mi fido della tua capacità di affrontare questa difficoltà, e io sono qui accanto a te mentre lo fai. Riflettere le emozioni espresse, fare domande aperte che aiutino il figlio a esplorare i propri pensieri, evitare frasi minimizzanti come “Vedrai che passa” o “Non è poi così grave”, e resistere alla tentazione di raccontare immediatamente la propria esperienza simile sono tutti elementi che costruiscono questo tipo di presenza autentica.

Sostegno senza sostituzione

Esiste una differenza sostanziale tra sostenere e sostituirsi. Il sostegno efficace per un giovane adulto somiglia più a quello di uno scaffolding, termine utilizzato in psicologia dell’educazione per indicare un’impalcatura temporanea che sostiene la costruzione ma viene rimossa gradualmente man mano che la struttura acquisisce solidità.

In pratica, questo significa offrire aiuto graduato e progressivamente decrescente. Ad esempio, se un figlio è in ansia per una scelta lavorativa, invece di indicargli cosa fare, un padre potrebbe aiutarlo a mappare pro e contro delle diverse opzioni, condividere riflessioni senza imporre direzioni, e soprattutto normalizzare il fatto che l’incertezza è parte integrante delle scelte importanti.

Gestire la propria ansia genitoriale

Un aspetto spesso trascurato è che l’impotenza che prova un padre di fronte all’ansia del figlio è essa stessa una forma di ansia. La sofferenza empatica è reale e legittima, ma quando non viene riconosciuta e gestita, può portare a comportamenti disfunzionali: dall’iperprotezione all’evitamento emotivo.

Lo stress genitoriale non gestito influenza lo sviluppo del figlio sia in maniera diretta sia indiretta, attraverso comportamenti genitoriali meno funzionali e più discontinui, interazioni troppo controllanti o punitive. Gli studi dimostrano che lo stress genitoriale è stato associato a una minore sicurezza nell’attaccamento, allo sviluppo di disturbi emotivi e a una ridotta competenza sociale.

Riconoscere che non possiamo eliminare il dolore dei nostri figli, e che anzi certi dolori sono necessari per la loro crescita, rappresenta una maturazione importante nel percorso genitoriale. Gli studi sulla resilienza dimostrano che affrontare difficoltà in un contesto di sostegno, non di sostituzione, rafforza le capacità di affrontare le sfide a lungo termine.

Costruire una nuova alleanza

Il rapporto tra padre e figlio giovane adulto necessita di una rinegoziazione continua. Non si tratta più della relazione genitore-bambino, né ancora completamente di una relazione tra adulti alla pari. È uno spazio intermedio che richiede flessibilità.

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Le ricerche dimostrano che i ragazzi che hanno ricevuto cure genitoriali più affettuose durante l’infanzia diventano giovani adulti con caratteri più forti, in grado di raggiungere successi personali e professionali maggiori. Più specificamente, chi ha avuto più affetto genitoriale durante la crescita mostra livelli più elevati di apertura alle esperienze, coscienziosità e capacità di cooperazione all’età di diciotto anni. È importante però ricordare che alcune caratteristiche, come l’estroversione e la tendenza all’ansia, sono maggiormente determinate dalla genetica.

Una strategia efficace consiste nell’esplicitare questa transizione attraverso conversazioni meta-comunicative: “So che stai crescendo e hai bisogno del tuo spazio. Allo stesso tempo, per me è difficile vederti in difficoltà. Come posso esserti utile senza risultare invadente?”. Questo tipo di dialogo aperto crea uno spazio di negoziazione condivisa dove entrambi possono esprimere bisogni e limiti.

La genitorialità non smette di evolversi quando i figli compiono diciotto anni: si trasforma, richiedendo nuove competenze emotive e relazionali. Accettare la propria vulnerabilità come padri, ammettere di non avere tutte le risposte, e scegliere di essere presenti nell’incertezza piuttosto che fuggire nell’azione immediata rappresenta forse la forma più matura di sostegno che possiamo offrire ai nostri figli mentre costruiscono la loro vita adulta.

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