Tuo figlio non vuole crescere e passa le giornate ai videogiochi: ecco l’errore che stai facendo senza saperlo

Vedere un figlio che ha superato i vent’anni rifugiarsi nei videogiochi dell’adolescenza, rinunciare a opportunità lavorative all’ultimo momento o evitare sistematicamente le relazioni sociali genera un’angoscia profonda. Non è solo preoccupazione per il suo futuro: è un tormento silenzioso che interroga le scelte educative fatte, una domanda implacabile che risuona nella mente di ogni genitore: “Dove ho sbagliato?”

Questa situazione, sempre più diffusa secondo gli studi sulla generazione dei NEET italiani (giovani che non studiano né lavorano), nasconde dinamiche complesse che vanno ben oltre la presunta “pigrizia” o “mancanza di volontà” del giovane adulto. Comprendere queste dinamiche rappresenta il primo passo verso una relazione più autentica e costruttiva.

La paralisi decisionale del giovane adulto: un fenomeno psicologico reale

Quello che dall’esterno appare come rifiuto della vita adulta è spesso una paralisi da eccesso di possibilità. Quando le opzioni aumentano esponenzialmente, la capacità decisionale diminuisce proporzionalmente, un fenomeno noto come paradosso della scelta.

I giovani adulti contemporanei affrontano una realtà radicalmente diversa da quella dei loro genitori: percorsi professionali frammentati, instabilità economica strutturale, aspettative sociali contraddittorie. Il ritorno alle abitudini infantili non è regressione ma strategia difensiva davanti a un’ansia anticipatoria paralizzante.

Riconoscere i segnali oltre i comportamenti visibili

Quando un figlio evita colloqui di lavoro o abbandona progetti universitari, raramente sta comunicando disinteresse. Più frequentemente manifesta paura dell’inadeguatezza e del giudizio sociale, difficoltà nel tollerare la frustrazione delle prime esperienze imperfette, perfezionismo paralizzante che impedisce l’azione se non si garantisce il successo, mancanza di esperienza nell’affrontare fallimenti costruttivi durante la crescita.

Il peso invisibile delle aspettative genitoriali

Molti genitori sottovalutano quanto la propria ansia influenzi i figli, anche quelli apparentemente autonomi. Le neuroscienze hanno dimostrato che l’ansia si trasmette attraverso meccanismi inconsci già dall’infanzia, creando schemi relazionali duraturi. Studi recenti della Columbia University hanno rilevato che i bambini con genitori depressi presentano alterazioni cerebrali, come un volume ridotto della struttura cerebrale coinvolta in stimoli di gratificazione e motivazione, collegato a minore capacità di provare gioia e soddisfazione.

Quando una madre comunica – magari involontariamente attraverso lo sguardo, il tono, le domande ripetute – la propria preoccupazione ossessiva per il futuro del figlio, questi può sviluppare due reazioni apparentemente opposte ma psicologicamente collegate: la ribellione totale o l’immobilismo difensivo. I genitori con diagnosi di depressione hanno una minor capacità di supporto alle emozioni del bambino, rispondendo in modo inefficiente alle richieste di sostegno emozionale a causa di negatività, irritabilità e apatia. Quest’ultimo è spesso frainteso come mancanza di ambizione, mentre rappresenta il tentativo disperato di non deludere aspettative percepite come irraggiungibili.

Ripensare la propria responsabilità genitoriale

La domanda “Cosa ho sbagliato?” contiene già un errore di prospettiva. L’educazione non è un algoritmo dove input corretti generano automaticamente output desiderati. È un processo relazionale influenzato da innumerevoli variabili: temperamento del bambino, contesto sociale, eventi casuali, epoca storica. Piuttosto che autoflagellarsi, risulta più produttivo chiedersi: “Cosa posso fare adesso per trasformare questa relazione?”

Strategie concrete per sbloccare la situazione

Trasformare le conversazioni da interrogatori a dialoghi

Sostituire domande ansiogene (“Quando ti deciderai a cercare lavoro seriamente?”) con aperture autentiche (“Ho notato che sembri in difficoltà ultimamente. Vuoi parlarne senza che io dia giudizi?”) cambia radicalmente la dinamica comunicativa. Il giovane adulto deve percepire uno spazio sicuro, non un tribunale.

Accettare percorsi non lineari

La narrazione tradizionale – diploma, laurea, lavoro stabile, famiglia – non corrisponde più alla realtà di molti giovani eccellenti e realizzati. Ricerche mostrano che i percorsi professionali contemporanei sono caratterizzati da sperimentazioni, cambi di direzione, competenze trasversali acquisite in contesti informali.

Valorizzare le esperienze del figlio anche quando non corrispondono alle aspettative tradizionali riduce la pressione performativa che alimenta il blocco.

Promuovere l’autonomia attraverso piccole responsabilità concrete

Paradossalmente, molti giovani bloccati vivono ancora in condizioni di dipendenza materiale che infantilizzano. Introdurre gradualmente responsabilità economiche condivise, decisioni domestiche autogestite, conseguenze naturali delle scelte (senza salvataggi genitoriali continui) riattiva il senso di agency personale.

Quando chiedere aiuto professionale diventa necessario

Se il blocco persiste oltre i due anni, si accompagna a isolamento sociale totale, alterazioni del sonno e dell’alimentazione, o pensieri di inutilità, potrebbe configurarsi un quadro ansioso-depressivo che richiede supporto psicologico specializzato. Studi longitudinali prospettici dimostrano che gli adolescenti i cui genitori hanno avuto due o più episodi di depressione hanno significativamente più sintomi di depressione rispetto a quelli i cui genitori non hanno mai manifestato tale disturbo. Non si tratta di patologizzare una fase di vita, ma di riconoscere quando la sofferenza supera le risorse individuali e familiari disponibili.

Qual è il vero motivo del blocco dei giovani adulti?
Paralisi da troppe possibilità
Ansia trasmessa dai genitori
Paura del fallimento
Mancanza di responsabilità concrete
Depressione non riconosciuta

Un approccio terapeutico che coinvolga anche il sistema familiare, non solo il giovane, risulta spesso più efficace nel modificare dinamiche relazionali cristallizzate.

Ridefinire il successo genitoriale

Il vero fallimento educativo non consiste nell’avere un figlio che procede lentamente o diversamente dalle aspettative. Consiste nel rinunciare alla relazione per la delusione, nel sostituire la persona reale con l’immagine idealizzata che avevamo costruito, nel comunicare amore condizionato al raggiungimento di obiettivi esterni.

Molti giovani adulti “bloccati” hanno in realtà bisogno di una sola cosa fondamentale: sapere che il valore agli occhi dei genitori non dipende dai loro curriculum, ma dalla loro essenza. Questo non significa rinunciare a stimolarli, ma farlo da una posizione di fiducia profonda anziché di ansia controllante. La differenza, sottile nelle parole, è enorme negli effetti.

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